Sognatori del Bosco,
tra le nostre pagine tornano le liriche di MAURO CESARETTI che vengono raccolte in una seconda antologia (qui la recensione della prima), sempre pubblicata con Editore Montag, dal titolo SE E' POESIA, LO SARA' PER SEMPRE.
Recensione a cura di Vincenzo Calò
È animando unicamente per il
desiderio di mutare il destino nel marasma quotidiano, con la leggiadria
aleggiante verso la bestialità di ambire al precariato, che si riapre il più
forte gesto d’intesa.
Annaspiamo nella goffaggine
scaturita dagli attuali ostacoli, risultando ogni volta costernati e piegati,
tanto da non verificare il percorso di qualsiasi idea da cogliere, da non
comprendere il bel limite da varcare per immergersi nell’oltre, con la
solitudine per riflettere su ciò che non ci riguarda.
La disintegrante miseria dipende
da una farsa come da una ragionevole trappola, facendo sì che la positività si
complichi innalzando l’umanità in maniera tutt’altro che disattesa e col tempo
di maturare.
Questo giovane poeta scorge
alcune flebili curanze, donandosi a un profondo lamento compensabile con
l’istantanea da intraprendere usufruendo del meccanismo opportuno.
L’incanto a fronte della
disonestà, di un paesaggio bizzarro, ci relega alla sottoveste delle memorie da
rendere eterne; eppure in fondo esistiamo nel retropalco di uno show che
procede con indifferenza.
Secondo Cesaretti, possiamo
essere consci d’indirizzarci sommessamente a un traguardo, ma ora, a scanso
dell’ignoto rimuovibile avendo appurato delle opinioni dure da ritenere
improprie, tra le fragilità oscurabili con l’eccesso di quiete a fine giornata;
dentro confezioni spente, sistemazioni sancite dalla spontanea decadenza.
Assoggettati a un passato
instabile, Mauro cerca il piacere terreno sfoderando le sue capacità, fermo
sotto la copertura di quel vivere che implica la percezione di un’assenza non
identificata.
Passivamente aspettiamo
all’entrata, dura da mirare, di una realtà composta da azzardi impenetrabili,
col jolly che non si evidenzia, paragonabile all’imbrattamento di quello che
siamo, ovvero al dubbio circa ciò che ci apprestiamo a fare.
Sprofondiamo nel buio delle
rievocazioni, come se per emergere dovessimo imprigionarci insolitamente,
ripulirci crudelmente per mezzo di un dolore che sfugge.
Con la consapevolezza in costante
movimento smarriamo dunque l’ampiezza dell’oggetto in questione, perciò col
rancore si forma il vuoto affianco, e peraltro non essendo all’altezza di
motivare uno stato d’emergenza, non riuscendo a individuare la sincerità
nascosta tra le osservazioni, seppur chiunque sia certo d’inquadrare l’essere
che decretò il nefasto frantumandolo.
Ci aspetta quindi una fine
taciturna e nient’affatto appariscente, somigliante a noi specie quando
proviamo il Sentimento.
Occorre scatenare l’emozione con
calma, promettendo di non essere cervellotici quando non avremo più tempo,
filando con parsimonia e lungimiranza un concetto di vita parallelamente
all’affetto realizzato.
Col candore da impugnare per
aggraziarlo maggiormente, come a festeggiare in prossimità dell’agghiacciante
tramonto.
Nella società sconvolta, che si
fa notare imponendo quasi d’inginocchiarci a seguito dell’irragionevolezza;
senza che si riesca ad aiutare chi sta male.
Ci accomodiamo, una volta serviti
e riveriti, a trattare coi sovrani un bel niente, per poi scuotere magari
l’armonia di un nuovo giorno con il rumore di un paio di pietre che non si
sbriciolano, non avendo più modo di voltarci, dovendo rispettare quella rigida
norma che inverte le esistenze, assistere a una sofferenza di sicura apatia.
V’è una forza di volontà
incalcolabile, che inabissa mischiando le sorti in trasparenza; che miriamo
amabilmente manco stesse volando in forma celestiale, mentre i peccati si
appesantiscono in definitiva.
Infatti, appena si pronunciò il
sonno eterno, illuminante, uscimmo fuori con tutta la contentezza, volgemmo al
silenzio bello che abbandonato, per dare retta all’amore che sboccia,
finalmente.
Cesaretti si rifà vivo in versi,
perché è sacrosanto prendere una corretta decisione, qual è stare svegli oltre
l’infinito, spingersi all’insù, quasi a costo di essere travolto da una
corrente, indotto a scendere e scontare l’onta gravitazionale, la memoria su
cui meditare.
Mauro s’immagina paterno, riempie
col condizionale l’obbligo di cambiare, di avere il piacere, assoluto, di
cominciare a girovagare per stare insieme tutti quanti nuovamente, con
l’intelletto da sfigurare saggiamente; di lasciarsi rapire dalle cose che se ne
vanno via.
In mancanza di luce viene per
forza meno la Morte, ci s’identifica in combattenti costretti a passare sopra
l’anima, con tutte le debolezze che insorgono, che inteneriscono; da un’epoca
di eroi distrutti dall’umanità conservabile, e che si sfogano: roba da far
commuovere, raffinante le gocce di sangue, e che libera per orgoglio nuovo una
serie di emozioni.
Chi muore resta in superficie,
nient’affatto asciutto, e le sue membra fanno silenzio, appassionando
ulteriormente i comuni mortali.
Scompariamo alla faccia
dell’Attualità, inconsapevoli delle conseguenze arrecanti ai nostri successori
dagli eventi negativi, per considerare il nostro respiro, affezionati a
qualsiasi passione premeditata, implorando semmai della serenità dimenticata
tra le colpe immacolate essendo partorite dalla Solitudine.
Il successo lo si nutre dopo
averlo radicato perbene nel dubbio, con una visione direttamente proporzionale
alla decisione presa per baciare il Domani sfocato per non aver fatto guarire
ottimamente le volontà che non ci riguardano, nella mancanza di tutele per una
fede almeno da depurare.
Ci si sveglia per addormentarsi,
senza perdere di vista il Sole, difatti non bisogna trasgredire ciò per badare
all’effervescenza di un insieme di persone.
“Levarsi all’alba e
coricarsi al tramonto:
non sono altro che le
due azioni umane che fanno da parentesi alla vita di tutti”.
Il giorno va vissuto intimamente
per animarlo, a costo di distaccarsi dalla normalità, di aleggiare per un
principio solidale che nessuno riesce più a cogliere con piacere.
L’individuo s’immobilizza per
propria fertilità, in attesa dei rumori, di modulazioni di frequenza
incantevoli, che si originano esclusivamente dall’irraggiungibile quotidianità
dimorante tra i nervi, nel pessimismo.
Per navigare in sé, occorrono
mezzi di trasporto da custodire pacificamente, per naufraghi traccianti vie
resistenti al calar delle tenebre, che credono di esistere nonostante il male
di vivere.
Ecco che il poeta si autoconvince
circa l’incomprensione scaturita dal suo pregio, per una dimensione nuova,
aldilà degli tsunami dell’anima, con l’innocenza di chi accelera
responsabilmente, versando ogni cosa per terra con l’umiltà di chi va incontro
alla propria memoria; per ricominciare a pensare a come possono ferire i
cambiamenti di un’esistenza da riscoprire sempre.
Una fisicità dotata di
sensibilità serve per stare tranquilli a dismisura, per ascoltare l’evolversi
di una corrente che immalinconisce date le distanze, in virtù di un linguaggio
sprecato dopo averlo studiato e rinnovato.
Il dolore per chi non c’è più
viene percepito in primavere celanti rifugi che alla vista sembrano inutili,
dacché autentici.
Le nubi comprimono le strutture
residenziali, lo scorrere della vita per conto proprio e quindi in fondo ferma,
oltre che le pietre perduranti, a invadere quasi i percorsi fin troppo naturali
per risalire le vette; mentre nelle vicinanze delle bestie riposano a lungo, la
comunicazione si rende superflua vivacizzandola con fare accecante, e così non
possiamo fare a meno di sperare nel precariato, che ci si accorga del tempo che
passa, per contemplare quello che ci riserviamo, smussando magari le malattie,
esprimendoci in modo solare; per il bene della poesia insomma…!
“Ma quello che rimane è la pace del
silenzio”.
Resta un mutismo infrangibile, e
di questo sono fatti gl’itinerari immensamente consumati con un cammino
viziato, elevato all’inosservanza; che ci rendono la muscolatura palpabile di
un essere fragile, fino ad accettare delle riserve trascritte su un semplice,
effimero diario, ma che non vede l’ora d’essere letto.
Concludo affermando che ho
notato, d’incanto, che la conseguenza fatale di un gesto comune può essere
descritta ancora, spesso, in pochissime parole armonizzanti; che per il resto,
concependo uno stile poetico che va più o meno sul classico seppur la forma sia
libera, v’è un’immedesimazione da condividere, anche al lascito della Storia (e
dei suoi personaggi intrisi d’anonimato, dall’eroismo da sottintendere), di un
elemento, radicale, che si sta riproponendo, spesso tragicamente, ma senza riuscire
a far clamore.

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